L'angolo della narrativa - Il Direttore
Il Direttore
A cura del Sacripante
C’era un tempo in cui le mie giornate scorrevano lente, sia pur non inesorabilmente lente.
Ad ammazzare l’avverbio contribuivano i tetti delle case di fronte, trasformatisi negli anni, dopo un inizio stentato e faticoso, in una giungla sospesa di antenne televisive, un concerto visivo di pali, dipoli e parabole.
Non mi sono mai preso la briga di quantificare le ore che trascorsi a fissare, scrutare e studiare quella vegetazione metallica, a coglierne le trasformazioni anche più insignificanti, i movimenti più impercettibili. So però che su di me esercitava un effetto mesmerizzante e che, in fondo, se non mi sono mai preso la briga di contare le ore impegnate a osservare quel quadro tipicamente metropolitano, è perché l’unità di tempo prescelta, le ore appunto, era già sufficiente a inquietarmi.
Certo, la fantasia mi aiutava. Un giorno potevo essere il giovane Charles Darwin, imbarcato grazie ai buoni uffici dell’amico e mentore John Stevens Henslow, sull’Hms Beagle capitanato da Robert Fitzroy.
Il giorno dopo, Johann Gregor Mendel, nel monastero di Brno, ospite dei frati agostiniani e dell’abate Cyril Napp. E il giorno dopo ancora, Francesco Gobbato, un amico biologo, profeta della raccolta indifferenziata, imbucato non so grazie a quali e quanti gradi di separazione sulla Goletta Verde, quando lui di verde aveva soltanto l’auto. A scanso di equivoci: la carrozzeria, dell’auto.
Quello che non aiutava, purtroppo, era la staticità dell’immagine.
Il fuoco sacro della passione che aveva alimentato a lungo il mio interesse di botanico dei tetti a un certo punto cominciò ad affievolirsi, rischiando di spegnersi.
Tuttavia sono un uomo pieno di risorse. Per restare sulla metafora, diciamo che non ho mai avuto problemi a trovare la legna da ardere. E anche in quel caso, per recuperarla non dovetti fare troppa strada. Mi fu sufficiente scendere di qualche piano.
Abbassando lo sguardo, una sera d’estate, mi accorsi che negli strati inferiori di quel bosco cittadino pulsava una vita che trasformava in movimenti, azioni, rumori e colori i segnali in radiofrequenza captati da antenne e parabole
E quella vita pulsava uguale in tutto il bosco.
Era il 2006 e tutti i televisori erano sintonizzati sui Mondiali di Calcio in Germania.
I nostri Azzurri, inseriti nel Gruppo E, esordirono il 12 giugno con una rotonda ma sofferta vittoria contro il Ghana, seguita da un pareggio dopo un’autentica battaglia con gli Stati Uniti e infine ebbero la meglio sulla Repubblica Ceca, evitando così il sempre temibilissimo Brasile negli ottavi, e guadagnandosi una, sulla carta, ben più abbordabile Australia.
Sulla carta, appunto, perché noi italiani quando dobbiamo complicarci le cose, non siamo secondi a nessuno.
Ma nonostante l’inferiorità numerica causata dall’espulsione del peraltro sempre corretto Materazzi, riuscimmo ad approdare ai quarti, battere l’Ucraina e riproporre il tradizionale psicodramma calcistico tante volte rivisitato dal cinema e dalla letteratura del nostro Belpaese.
Italia-Germania. Ebbene sì. La storia, dunque, si ripeteva, ma con buona pace di Marx, non in forma di farsa.
L’incontro, conclusosi al novantesimo in parità e a reti inviolate, proseguì, secondo l’epica tradizione, ai supplementari.
Gli Azzurri, dopo avere colpito un palo e una traversa, si aggiudicarono la tenzone segnando due gol negli ultimi due minuti guadagnandosi in questo modo la finale con la Francia.
Insomma, i Mondiali del 2006. I Mondiali della celebre testata di Zidane a Materazzi, ma soprattutto, quelli del trionfo massimo, ottenuto battendo ai rigori i Galletti francesi e la loro prosopopea.
Però, come a questo punto avrete capito, la vittoriosa cavalcata azzurra io non la seguii sugli schermi degli inquilini della casa di fronte.
Dopo quella prima sera, contagiato dalla malattia collettiva che accendeva quel sottobosco a cristalli liquidi, l’osservazione della natura esterna lasciò il posto a un’attività più intima e riservata.
Complice il soggiorno estivo dei miei vecchi a Comacchio, la piccola Venezia sul Po’, regno dell’anguilla, mi preparai a un mese di solitudine dedicato esclusivamente al calcio, supportato da una quantità di birra degna di un gemellaggio con l’Oktoberfest e da ignobili succedanei alimentari infestati di cloruro di sodio, su cui preferisco stendere un pietoso velo di silenzio.
Da quel mese uscii profondamente cambiato, non solo nell’aspetto esteriore, le occhiaie e tutto il resto. Dentro di me cominciò ad agitarsi il desiderio irrefrenabile, la voglia impellente di cambiare la mia vita. Non potevo e non volevo più essere uno spettatore passivo delle gesta altrui, un testimone inoperoso di successi e insuccessi, soddisfazioni e delusioni, meriti e demeriti, cercati, inseguiti, accarezzati, ghermiti, e goduti da individui per i quali, sotto la patina lucida ed elegante dell’ammirazione, non provavo che invidia. Sana, per carità, ma pur sempre invidia.
Fino ad allora mi ero dedicato a sport come gli scacchi e il biliardo. Me la cavavo egregiamente con arrocchi e gambetti, ma eccellevo sul tappeto verde dei bar.
Ero un funambolo delle boccette, il profeta dell’accosto. E sono sempre stato convinto che, se fossi nato a Ottawa o Stoccolma invece che a Milano, nel curling avrei avuto tutti i numeri per sfondare.
Nel calcio no.
Con i piedi potevo giusto camminare, o correre, ma senza palla.
Quella per me era sempre stata solo un intralcio. Ma ormai non potevo più tornare indietro, a fissare antenne e parabole.
Il mio futuro a quel punto era segnato.
E infatti, eccomi qui.
Sono dentro questo stanzino da meno di un’ora. Di nuovo a guardare attraverso una finestra. Quella che ho di fronte adesso però assomiglia più a una feritoia. È chiusa da sbarre, quasi attaccata al soffitto. Fuori è buio, anche se s’intuisce la presenza di qualche luce all’esterno, proveniente dalla direzione opposta a quella in cui si apre quella bocca quadrata ricavata nel muro scrostato e ornato di segni X tracciati nel tempo da mani diverse.
Eccomi, qui.
Mi chiamo Donia. Guido Donia.
Sono vestito di nero, concentrato al massimo, una goccia di sudore m’imperla la fronte, mentre tiro a lucido il mio ferro, il fedele compagno della mia nuova vita.
La fortuna non guarda quanto è lucido il tuo ferro, ma averne cura è comunque la regola numero uno per chi, come me, ha scelto questa strada.
Una regola che fonde efficienza e scaramanzia.
Controllo l’orologio. È il momento. Esco..
A una trentina di metri, illuminati da un fascio di luce forte e sinistra due gruppetti di persone, fermi lì ad aspettarmi. Separati da qualche metro.
Si capisce all’istante chi sta con chi, perché indossano due divise differenti. Sembrano due squadre di calcio.
E lo sono.
Arbitro, o direttore, come amano chiamarmi gli allenatori, è questa la mia nuova vita, la mia missione.
Adesso sono parte del gioco
Raggiungiamo il centro del campo. Salutiamo gli spalti, gremiti all’inverosimile di parenti, amici e fidanzate, curiosi, appassionati e perditempo, di ogni razza, credo e fede politica, convenuti in questa sera infrasettimanale per un recupero del campionato Allievi Regionali A della Lombardia.
Le squadre si dispongono con precisione nelle rispettive metà campo.
Infilo il ferro in bocca e fischio l’inizio della partita.
I primi minuti scorrono via lisci, la prudenza prevale sull’agonismo e mi limito ad assegnare qualche fallo laterale, dando pure l’impressione di operare in perfetta collaborazione con gli assistenti forniti dalle due squadre, che sbandierano con una sollecitudine professionale apprezzabile.
L’atmosfera è serena e tranquilla, ma non mi faccio troppe illusioni.
Così come per ogni genitore il Mister è un fenomeno se schiera titolare il proprio figlio, non esattamente una cima se lo manda in panchina, e un inetto assoluto se lo spedisce in tribuna, così, per ogni tifoso, l’arbitro, già mal sopportato quando neutrale, diventa il nemico numero uno al primo fischio contro.
Conosco il meccanismo, sono ormai prossimo alla missione numero cento, ma continuo a soffrire tremendamente le proteste inutili e pretestuose. Quasi tutte.
Prendete il fuorigioco.
Non occorre essere passati dal MIT di Boston, né dalla Bocconi di Milano e nemmeno dalla materna di Via Borsa, per sapere che è praticamente impossibile ad occhio umano individuare il punto esatto in cui si trova un attaccante quando parte il lancio a lui destinato.
O guardo la palla che viene colpita, o guardo l’attaccante.
Con il tempo ho sviluppato una certa sensibilità al rumore che produce la scarpa sulla sfera di cuoio e dunque mi posso dedicare qualche frazione di secondo prima a quanto succede tra difensori e attaccanti, ma l’errore non è dietro l’angolo, è sempre lì, sul campo, in bella vista.
Siamo arrivati al ventisettesimo minuto. Una delle due squadre pratica con costanza il ‘palla lunga e pedalare’, l’altra applica in maniera esasperata la tattica del fuorigioco.
Il diavolo e l’acquasanta.
Ogni volta che fischio, o non fischio, quindi sempre, dagli spalti si sollevano proteste.
Contestano, sbraitano, berciano, urlano, strepitano, insultano.
Mi chiamo Guido. Guido Donia.
All’ultimo schiamazzo mi avvio verso la tribuna, con passo deciso, scuro in volto.
A un metro dalla recinzione mi fermo.
Estraggo dal taschino il cartellino giallo, poi quello rosso.
Osservo gli spalti come un tempo facevo con il tetto davanti a casa.
C’è tanta gente che non apre bocca e probabilmente non ha mai nemmeno avuto alcuna intenzione di farlo, tanta gente che rispetta me e quei ragazzi, che ama lo sport, che ama il calcio.
Mi chiamo Guido. Guido Donia. Anch’io amo lo sport e amo il calcio.
Per questo mi sono chinato è ho posato su quell’erba sintetica i cartellini, giallo e rosso, il mio ferro, ho guardato un’ultima volta la tribuna e sono uscito dal campo al minuto ventinove del primo tempo.
“Arbitrate voi, visto che siete tanto bravi!”.
L’ho solo pensato, anche se avrei voluto gridarlo, con il cuore in gola.
Da qualche mese ho lasciato la casa dei miei genitori e vivo solo, in una mansarda.
La vista sulle antenne da quassù è impareggiabile.
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