Nascondere la polvere sotto il tappeto

Ho mai perdonato davvero?



Una delle trappole più comuni che mi aveva catturato era il pensiero che perdonare significasse semplicemente dimenticare.

Ero caduto in questa ambiguità per semplicità di interpretazione, per comodità.

Dimenticare è un po' come sollevare il tappeto e scopargli sotto la polvere, cerchiamo così di nascondere ai nostri occhi ed al nostro spirito ciò che ci ha ferito, ma non facciamo nulla per guarire la situazione.
La polvere resta lì e quando si sposta il tappeto è tutto di nuovo vero e reale e la ferita non guarisce mai.

Cosa fare allora?
Ho capito che il perdono deve partire dal cuore, attraversare la testa e curare la pancia.
Il processo non può essere immediato, non si può girare un interruttore e semplicemente dire "ti perdono..."
Si rende necessario analizzare il male subito, cercando di capire il perché ci ha fatto male, proseguendo ad analizzare i motivi per i quali la persona (o anche noi verso noi stessi) ha detto o fatto quelle determinate cose che ci hanno ferito.
In poche parole è stato necessario che io prendessi consapevolezza del male, dargli un nome ed un confine.
Solo così sono stato in grado di accettare che quel male è accaduto, renderlo parte di me, della mia storia di vita.
Non ho dimenticato ma ho capito, ho dato un perimetro ed ho imparato a non farmi determinare dal male ma a continuare sulla strada del bene.
Ecco, proprio questo è il succo... Il discernimento mi ha insegnato a riconoscere il male. Il perdono mi ha insegnato a non restituirlo.

Ho imparato che perdonare non significa giustificare, minimizzare, negare il dolore, rinunciare alla verità, riconciliarsi per forza oppure permettere che l'offesa si ripeta.
Si può perdonare e dire: “Quello che hai fatto è stato realmente male.”
Il vero perdono ha bisogno della verità. Se non riconosco il male, non sto perdonando: sto semplicemente facendo finta che non sia successo.

Perdonare ha una radice etimologica che non avevo mai notato: per-dono, ovvero ci si fa dono (verso altre persone o verso noi stessi), si decide di regalare amore invece che procedere sulla strada dell'odio e della recriminazione.

Ma a chi giova tutto questo?
Ad un primo sguardo superficiale, il perdono potrebbe sembrare un regalo alla persona perdonata. In fin dei conti gli si sconta un torto, si riallacciano rapporti interrotti, si semina armonia la dove il contrasto regnava sovrano.

In realtà, andando più in profondità nell'analisi, il perdono giova molto anche a chi lo mette in pratica.
L'animo si quieta, l'acredine lascia spazio all'armonia, si creano opportunità per costruire una nuova amicizia.

Perdonare non significa liberare l'altro dalle conseguenze di ciò che ha fatto. Significa liberare noi stessi dalla necessità che il male subito continui a governare la nostra vita.

Tutto ciò diventa possibile però solo nel momento in cui il perdono è reale ed ha seguito il percorso indicato prima: cuore-testa-pancia ovvero:
cuore: riconoscere che sono stato ferito.
testa: comprendere ciò che è accaduto, senza negarlo né deformarlo.
pancia: arrivare a una pacificazione interiore profonda, dove il male non provoca più la stessa reazione emotiva.

In caso contrario stiamo ancora sollevando il tappeto per nascondere la polvere.

E se chi dovrebbe ricevere il perdono non lo accetta?
Ho capito che il perdono non ha bisogno del consenso dell'altra persona.
Se perdono qualcuno, non sto necessariamente chiedendogli di accettare il mio perdono.
Il perdono è innanzitutto una decisione che riguarda il mio rapporto con ciò che è accaduto.
La mancata accettazione non rende falso il mio perdono.

Perché il perdono non è un contratto tra due persone.
È una trasformazione che avviene dentro chi è stato ferito.
Il perdono può dipendere da me.
La riconciliazione invece dipende da entrambe le persone coinvolte.
Posso decidere di non vivere più nel rancore. Posso rinunciare alla vendetta. Posso smettere di alimentare continuamente il processo contro l'altro che è attivo dentro di me.
Ma per ricostruire una relazione servono almeno due persone.
Un perdono senza riconciliazione non è un perdono incompleto.
È il riconoscimento dei confini della realtà.

Ho quindi capito che non basta nascondere la polvere: bisogna avere il coraggio di sollevare il tappeto, guardarla, riconoscerla e pulire davvero.

Grazie per aver letto questo post!

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